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Negli ultimi giorni è una domanda che mi hanno fatto in tanti: si è davvero responsabili per un tweet o per un retweet?
Ci ho pensato molto, anche in queste ore – ché non bastano anni spesi su queste tematiche – partendo dall‘ennesima vicenda di applicazione del diritto ai fenomeni della rete, che ha visto protagonista il giornalista Gianni Riotta.

Non pretendo di conoscere alcuna verità – ci mancherebbe – che, oltretutto, se esiste, appartiene ai protagonisti della vicenda, né di entrare nel merito della narrativa dei fatti.
Quello che vorrei fare, invece, è qualche breve considerazione sull’uso delle parole in rete e sulla loro potenzialità.
Perché se ‘le parole sono importanti’ – e credo che almeno su questo ci siano pochi dubbi – in determinati contesti le stesse possono anche essere giuridicamente rilevanti.
La libertà di espressione – quella, a mio avviso ancora magistralmente contemplata dall’art. 21 della Costituzione – ‘soffre’ alcune eccezioni/limitazioni a tutela di altri diritti; e se, com’è ovvio, tweet e retweet sono forme espressive, veicolatrici di messaggi con specifico contenuto, allora porsi domande sulla loro ‘potenzialità lesiva’ è importante soprattutto in un contesto, quale quello della rete, dove resiste un senso diffuso di impunità.

Se con un mio tweet, allora, diffamo qualcuno, quid iuris?

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